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La sacralità del pane: quotidiana epifania dell’amore di Dio

Il pane è uno degli alimenti più importanti dal punto di vista antropologico, culturale e religioso.
Non semplice cibo, ma elemento indicativo dell’evoluzione del genere umano, segno degli usi e dei costumi di un popolo, ognuno con il proprio credo, le proprie usanze e tradizioni.

La sua centralità nell’alimentazione e nella vita dell’uomo è stata la causa di dispute sanguinose, guerre e controversie, ma anche simbolo di unità fra quanti lo spezzano e lo condividono. Il pane nella religione cristana è portatore di sacralità poiché è dispensato dalla grazia di Dio: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” recita il Padre Nostro. Una frase soggetta a diverse interpretazioni, ma seguendo gli scritti di Benedetto XVI, “Quando Gesù spezza il pane nell’ultima cena, in virtù del pane condiviso, la comunità a tavola diventa una: tutti mangiano dello stesso pane.

La condivisione è un gesto di comunanza, di donazione, che rende partecipi della famiglia anche gli ospiti”. È mangiando dello stesso pane che diveniamo compagni=cumpanis. Questo legame è fondato su Gesù che ha vinto il mondo e la sua permanente conflittualità pacificandolo con il sangue della sua croce.

Spezzare il pane è lo scambio tra l’uomo e Dio nel segno della fratellanza. Gesù stesso è pane che si offre a noi, il divino che fa fiorire l’umano. E qui che risiede la ragione per cui un alimento semplice a base di farina ed acqua da secoli è nevralgico per la nutrizione e la sopravvivenza. Il pane è vita, pienezza e quindi nutrimento essenziale, fonte di sostentamento per il corpo e lo spirito in virtù di questo attaccamento profondo con Cristo.

Per secoli buttare il pane è stato un sacrilegio: i genitori rimproveravano i figli quando lo sprecavano, insegnando loro che quando il pane cadeva andava raccolto e baciato per ringraziare Dio che si dona attraverso esso. Dunque riconoscere che il Signore dà il pane e invocare ogni giorno “dacci il nostro pane quotidiano” significa confessarsi ospiti sulla terra, pellegrini e precari in un idea di comunità e misericordia. Dio, infatti, dona il pane all’uomo, ma anche tramite l’uomo e facendosi donazione, l’uomo pone le basi per la com-munitas, il luogo di relazioni reciproche.

Buttare un pezzo di pagnotta, o anche le briciole equivale a non avere rispetto del cibo quotidiano più importante di cui l’uomo dispone, talvolta anche l’unico. Ancora oggi fatta eccezione per il mondo occidentale – caratterizzato dalla sovrabbondanza e sovralimentazione – la storia umana è «storia» drammatica del «pane» di chi disperatamente cerca di approvigionarsene almeno un torzolo per sopravvivere. Sprecarlo significa rubare cibo ai poveri, uno scandalo dentro il gigantesco scandalo dello spreco alimentare che caratterizza la società contemporanea.
In questo senso il cristianesimo, ma qualsiasi altra religione, può essere, alla luce di un principio trascendente, la chiave per fissare delle regole con cui fruire del mondo. Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse:
“Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo,
dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”. Gesù, nato a Betlém, il cui nome in ebraico significa casa del pane, sceglie il pane per rivelarsi all’uomo perché alimento sacro già prima della sua discesa dal paradiso. Il pane è sacro per natura (in quanto frutto della terra), per cultura (frutto del lavoro dell’uomo), è sacro perché è nemico della fame, perché toglie la fame. La fame è sinonimo di debolezza, rende l’uomo fragile, peccatore e il pane può essere l’antidoto al male in quanto corpo di Cristo, quotidiana epifania dell’amore di Dio.

Rosa Iandiorio